
L’aria a Mar-a-Lago era pesante, carica di quel profumo di lacca e ambizione che precede sempre una tempesta perfetta. Donald Trump sedeva nel suo ufficio, il volto illuminato dal riflesso bluastro dello smartphone, novello scettro di un regno digitale senza confini. In quel momento, il confine tra la politica e il Delirium Tremens non veniva solo calpestato, veniva polverizzato con un click. Donald aveva deciso: essere l’inquilino della Casa Bianca non bastava più. Perché limitarsi a governare una nazione quando puoi puntare direttamente al Regno dei Cieli? Tutto ebbe inizio con un’apparizione: un’immagine generata dall’IA pubblicata su Truth Social. Non era un semplice post, era un’epifania. Trump appariva in versione Gesù 2.0, una figura mistica che imponeva le mani sui sofferenti tra un tripudio di aquile calve, bandiere a stelle e strisce e infermiere in estasi mistica. Quando il polverone dell’indignazione oscurò il sole, la sua difesa fu un capolavoro di equilibrismo narrativo: “Pensavo di essere un medico della Croce Rossa”, dichiarò con la serietà di chi crede davvero che i propri capelli siano un monumento naturale protetto dall’UNESCO.
Ma il vero spettacolo pirotecnico doveva ancora esplodere.
Con la stessa noncuranza con cui si ordina un cheeseburger, il Tycoon decise di spiegare il mestiere a chi lo fa da duemila anni. Mise nel mirino Papa Leone XIV, liquidandolo come uno “scarso in politica estera”. Secondo Donald, il Vangelo aveva urgente bisogno di un consulente commerciale e il Vaticano non era altro che un hotel di lusso con troppe stanze e una carenza cronica di moquette dorata. Mentre il vice JD Vance cercava disperatamente di derubricare il tutto a uno “scherzo tra amici”, la classica ritirata del “non mi avete capito“, persino tra i fedelissimi del movimento MAGA qualcuno iniziò a farsi il segno della croce. Ma quella al contrario. In questo scenario dove la realtà ha rubato il portafoglio alla satira per poi darle del “fake”, l’incidente diplomatico tra la Casa Bianca e San Pietro segna un nuovo capitolo.
Siamo all’Amen o forse solo al primo tempo di una commedia divina dove l’unico Dio ammesso ha il pollice veloce e una cravatta troppo lunga.






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