C’è un momento preciso in cui l’ideologia da centro sociale si scontra con la dura realtà dei fatti, e quel momento ha solitamente il sapore metallico della paura. Per la rapper BigMama, l’illuminazione sulla via di Damasco (o meglio, sulla rotta di Dubai) non è arrivata tramite un libro di storia, ma attraverso il rombo dei missili sopra la testa. Quegli stessi missili lanciati da chi lei, dai palchi colorati del mainstream italiano, difende a spada tratta, ergendosi a paladina di cause che, viste da un hotel di lusso negli Emirati, assumono contorni decisamente meno romantici.

La coerenza in valigia (ma dimenticata a casa)

L’artista, che non ha mai perso occasione per scagliarsi contro il “pericolo fascista” rappresentato dal governo Meloni, definendo le istituzioni attuali come il male assoluto e dipingendo l’Italia come un Paese retrogrado e oppressivo, ha mostrato una rapidità di riflessi invidiabile nel chiedere aiuto proprio a quelle istituzioni.

Quando il gioco si è fatto duro, quando il “fuoco amico” della resistenza che tanto decanta ha iniziato a solcare i cieli del Golfo, l’orgoglio rivoluzionario è svanito. Niente più slogan contro lo Stato, niente più attacchi frontali alla politica estera italiana: solo un video su Instagram, con gli occhi lucidi, a implorare l’intervento della Farnesina. Quella stessa Farnesina che risponde a un ministero e a un governo che BigMama, fino a ieri, considerava indegni di rappresentarla.

L’opportunismo della “generazione confusa”

Il caso di BigMama è l’emblema del nulla cosmico ideologico che affligge una certa parte delle nuove generazioni di influencer e artisti. È troppo facile fare la rivoluzionaria col microfono in mano a Sanremo o al Primo Maggio, puntando il dito contro “l’oppressore occidentale”, per poi correre a rifugiarsi sotto l’ala protettiva di quello stesso Stato non appena la realtà del Medio Oriente — quella vera, fatta di esplosivi e non di hashtag — bussa alla porta.

La narrazione è crollata sotto il peso di una contraddizione imbarazzante:

  • Sui palchi: Difesa acritica di chi lancia missili, visti come vessillati di libertà.
  • Nei fatti: Terrore puro quando quegli stessi missili rischiano di colpire il proprio volo di linea.

Il risveglio forzato

Fa sorridere, se non facesse rabbia, vedere come il “fascismo” del governo italiano si sia trasformato, in poche ore di emergenza, in un’efficiente macchina di soccorso che ha organizzato voli charter e assistenza costante. BigMama ha accettato “di corsa” l’aiuto di chi disprezza, dimostrando che la sua coerenza politica ha un limite ben preciso: il confine della propria incolumità personale.

È l’ipocrisia di chi sputa nel piatto dove mangia, salvo poi pretendere che quel piatto sia d’argento quando si ha fame (o paura). La rapper ha documentato il suo “incubo”, ma il vero incubo è per chi osserva dall’esterno questa recita a soggetto: un’artista che si professa antisistema, ma che vive, viaggia e si salva grazie alla solidità di quel sistema che vorrebbe abbattere.

Conclusioni

Oggi BigMama è tornata in Italia, atterrata a Bergamo, sana e salva grazie ai “cattivi” di Roma. Ha scritto «Siamo a casa», ma non ha aggiunto nemmeno una parola di scuse per aver demonizzato, per mesi, le persone che le hanno permesso di riabbracciare i suoi fan. È la parabola perfetta dell’opportunismo moderno: rivoluzionari col portafoglio a destra, il cuore a sinistra e il biglietto aereo pagato dal contribuente.

Una personalità fasulla che si sgretola al primo soffio di vento (o di reattore). Forse, tra un post e l’altro, ci sarebbe spazio per una riflessione: chi sono i veri “giusti”? Quelli che lanciano i missili che l’hanno terrorizzata, o quelli che, nonostante i suoi insulti, hanno inviato un aereo a prenderla?

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