
CASSINO – Nell’uovo di Pasqua degli operai di Stellantis non c’è stata alcuna sorpresa, se non la conferma di un destino che appare ormai segnato da una rassegnata ciclicità. I cancelli dello stabilimento di Piedimonte San Germano si sono riaperti per un fugace istante, giusto il tempo di un “contrordine” che ha rispedito tutti a casa: cassa integrazione fino a metà aprile. I numeri, d’altronde, sono impietosi: una produzione giornaliera che è l’ombra di se stessa e un 2026 che rischia di chiudersi con appena 70 giorni di effettivo lavoro.
Tuttavia, oltre il dato industriale, emerge una realtà sociale ben più cruda e, per certi versi, inedita. Se fino a qualche tempo fa la crisi dell’automotive suscitava un’unanime ondata di solidarietà, oggi il clima è radicalmente mutato. È necessario guardare in faccia la realtà: la manifestazione in piazza dello scorso 20 marzo, lungi dal produrre risultati concreti o scuotere i vertici parigini del Gruppo, si è rivelata una kermesse sterile. Un palcoscenico a beneficio di telecamere e taccuini, una “vetrina” dove sindacalisti e politici di ogni schieramento hanno sfilato per marcare il territorio, senza però offrire una sola soluzione tangibile.
Il vero spartiacque, tuttavia, è stato il 21 marzo. All’indomani della protesta, l’opinione pubblica sembra aver reciso quel cordone ombelicale di empatia che la legava alla classe operaia. Vedere certi cronisti prestarsi a fare da “assist” a quella stessa politica che ha amministrato — o peggio, ignorato — il declino del territorio, ha innescato una reazione di rigetto. Il sentiment collettivo è virato verso una freddezza che rasenta l’ostilità: se fino al 19 marzo il lavoratore era visto come una vittima del sistema, dal 21 marzo è percepito come parte di un ingranaggio che non sa più ribellarsi se non attraverso rituali svuotati di senso.
C’è chi, nei commenti più feroci che corrono tra la gente e sui social, si spinge a dire che “si meritano tutto questo”. È una posizione estrema da cui noi, per etica e umanità, ci dissociamo fermamente: la perdita del lavoro e l’incertezza del futuro sono piaghe che non auguriamo a nessuno, né oggi né mai. Eppure, non si può tacere il fatto che anche da questa parte della barricata l’interesse per le sorti delle tute blu si sia eclissato.
Il tempo della comprensione incondizionata sembra essere scaduto. Resta solo l’eco di una piazza che ha urlato molto, ma non ha ottenuto nulla, se non quella visibilità utile a chi, domani, siederà ancora una volta dietro una scrivania, mentre l’operaio resterà a guardare un cancello chiuso.






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