Con la morte di Bruno Contrada, avvenuta nella notte tra il 12 e il 13 marzo 2026 all’età di 94 anni, cala il sipario su uno dei capitoli più oscuri, dibattuti e laceranti della storia repubblicana italiana. L’ex numero tre del Sisde, il volto “operativo” dello Stato nella Palermo degli anni di piombo e delle stragi, se n’è andato nella sua abitazione, portando con sé segreti e verità che per oltre trent’anni hanno diviso il Paese tra innocentisti convinti e colpevolisti irremovibili.

Nato a Napoli nel 1931, Contrada era giunto in Sicilia negli anni ’60, diventando rapidamente una figura centrale nella lotta a Cosa Nostra. Capo della Squadra Mobile, poi della Criminalpol e infine dirigente dei servizi segreti (Sisde), era l’uomo che conosceva ogni vicolo di Palermo e ogni dinamica dei clan. Fu collega e amico di Boris Giuliano, il poliziotto ucciso dalla mafia nel 1979, ma proprio quella vicinanza agli ambienti del potere e dell’investigazione divenne, anni dopo, il terreno fertile per le accuse più infamanti.

La data che segna il confine tra la vita e la “morte civile” – come lui stesso la definiva – è il 24 dicembre 1992. In una Palermo ancora scossa dal sangue di Capaci e Via D’Amelio, il “superpoliziotto” venne arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Le rivelazioni di pentiti del calibro di Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo e Giuseppe Marchese lo dipingevano come una “talpa” istituzionale, l’uomo che avrebbe passato informazioni ai vertici di Cosa Nostra, favorendo la latitanza di boss e ostacolando le indagini.

Iniziò così un’odissea giudiziaria durata venticinque anni. Condannato in primo grado nel 1996 a 10 anni di carcere, assolto in appello nel 2001 e nuovamente condannato dopo il rinvio della Cassazione, Contrada scontò la sua pena tra il carcere militare di Santa Maria Capua Vetere e gli arresti domiciliari, tra il declino fisico e le grida di innocenza.

Il caso Contrada non è stato solo un processo penale, ma un caso giuridico internazionale. Nel 2015, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) condannò l’Italia, stabilendo che Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno perché, all’epoca dei fatti contestati (tra il 1979 e il 1988), il reato non era configurato con sufficiente chiarezza dalla giurisprudenza italiana.

Nel 2017, la Cassazione prese atto della sentenza di Strasburgo, dichiarando la condanna “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”. Contrada fu reintegrato nei ranghi della Polizia di Stato come pensionato e risarcito dallo Stato. Per i suoi sostenitori, fu la fine di un incubo e il riconoscimento di un errore giudiziario; per i suoi detrattori, una “vittoria tecnica” che non cancellava le ombre sul suo operato negli anni delle stragi.

L’eredità di un uomo-istituzione

Contrada muore senza aver mai smesso di proclamarsi vittima di una giustizia parziale. “Sono morto dentro quella mattina di Natale del 1992”, ripeteva spesso nelle sue ultime interviste. Ma la sua figura resta indissolubilmente legata ai misteri di una Sicilia in cui il confine tra guardie e ladri appariva talvolta sfocato.

Oltre l’aspetto giudiziario, la sua scomparsa segna la fine di un’epoca. Se ne va un uomo che è stato nel cuore del potere investigativo durante la transizione dalla “vecchia” mafia alla stagione stragista dei Corleonesi. Resta il dubbio se le risposte ai tanti “perché” sulle deviazioni dei servizi segreti e sulle trattative Stato-mafia siano andate perse con lui, o se la storia, prima o poi, riuscirà a scrivere una parola fine che i tribunali non sono riusciti a siglare con univoca chiarezza.

I funerali si terranno domani a Palermo, la città che lo ha adottato, lo ha celebrato come eroe e poi lo ha processato come traditore. Un paradosso che Bruno Contrada ha incarnato fino all’ultimo respiro.

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