CASSINO – Lo abbiamo cercato per giorni, seguendo le tracce lasciate dalle vostre segnalazioni, dai messaggi arrivati alla nostra redazione e dai commenti carichi di preoccupazione sulla nostra pagina Facebook. Alla fine, lo abbiamo trovato. Ma non c’è stato nulla da festeggiare. Nessun traguardo, nessuna vittoria.

Hicham è lì, in un angolo del Pronto Soccorso di Cassino. È un’ombra avvolta in una coperta, un fagotto umano che non disturba, non grida, non chiede. È tornato al punto di partenza, in quella casella dello scacchiere sociale dove i “senza nome” vengono parcheggiati quando i riflettori si spengono. Vedere un uomo di quarantatré anni ridotto così non è una sconfitta solo per lui: è la bancarotta morale di un’intera comunità e, soprattutto, di chi aveva giurato – con tanto di posa fotografica e proclami social – che il “problema” era risolto.

Il Pronto Soccorso non è un hotel, Hicham non è un trofeo

Diciamoci la verità, senza ipocrisie: i reparti di emergenza non sono dormitori. Gli ospedali non sono alberghi per chi non ha dove andare. Se Hicham è lì, senza una patologia che richieda un ricovero clinico, è perché il sistema ha fallito. Ma c’è un aspetto ancora più torbido in questa vicenda: il fattore umano cannibalizzato dalla propaganda.

Negli ultimi tempi, Cassino sembra essersi ammalata di una strana forma di “altruismo da tastiera”. Abbiamo assistito a una sfilata di influencer della domenica e politici in cerca di consensi che si cimentano in raccolte fondi, fiaccolate patetiche e “recuperi umani” lampo. Il denominatore comune? Si tratta quasi sempre di stranieri. Non perché il bene abbia un colore, ma perché lo straniero fragile è la preda perfetta per chi vuole dimostrare di essere “dalle ampie vedute”.

Il “Mutuo Soccorso Social”

È lo schema del “mutuo soccorso social”: si prende una povera anima, la si trascina alla ribalta per il tempo necessario a collezionare like, cuoricini e applausi virtuali, e poi la si fa sparire a velocità supersonica. Un’azione che serve a pulirsi la coscienza, a sentirsi più buoni, a ricevere l’ovazione del “popolo bue” mentre si consuma uno show sulla pelle dei disperati. Tutto deve passare per le dirette Facebook, tutto deve essere gridato da giornali che non fanno più inchiesta, che sopravvivono di gossip e che si guardano bene dallo scontentare lo sponsor di turno.

Hicham è stato il protagonista di pagine e pagine di cronaca. Ci hanno raccontato del suo passato da giornalista, del suo ricongiungimento ideale con la famiglia, della “dedizione” di un Sindaco che sembrava aver fatto del suo caso una missione di vita. E oggi? Oggi Hicham è di nuovo solo, protetto solo da quella coperta in un corridoio d’ospedale.

La verità che nessuno vuole dire

La verità è cruda e fa male: il nostro Paese non ha i mezzi per prendersi cura di queste persone. Non ha i mezzi nemmeno per i propri cittadini, per gli italiani che arrancano nel silenzio. Allora perché ostinarsi in questa farsa dell’altruismo a tutti i costi? Perché illudere queste persone con promesse che svaniscono all’alba del prossimo post?

Hicham è l’emblema di un fallimento mascherato da bontà. È un giovane uomo che meriterebbe dignità, non pietismo elettorale. È triste, profondamente triste, sapere che dopo tanto rumore siamo tornati al silenzio di un Pronto Soccorso. Ma noi non smetteremo di monitorare, di denunciare, di essere la voce di chi viene usato come un post “usa e getta”.

Per le vostre segnalazioni e per continuare a tenere accesa la luce su questi casi, scriveteci a: redazione@nopress24.com

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