Di fronte al rumore bianco dei social media e all’incedere inesorabile di una parabola umana e professionale ormai prossima al tramonto, Fabrizio Corona torna a imbracciare le armi contro il suo storico beneficiario: l’impero Mediaset. Tuttavia, a un occhio minimamente avvezzo alle dinamiche del potere e della comunicazione, la “guerra” scatenata dall’ex re dei paparazzi non appare come una nobile crociata per la verità, bensì come il riflesso scomposto di un isolamento forzato.

Il livore odierno affonda le radici in un’assenza: quella di un contratto. Dopo anni passati a cavalcare l’onda del sensazionalismo, Corona si è ritrovato ai margini di una televisione che, pur nelle sue derive pop, ha deciso di procedere verso una “pulizia” d’immagine che non prevede più il suo nome in palinsesto. Prima della parentesi editoriale di Falsissimo, il silenzio attorno alla sua figura era diventato assordante; la sua popolarità, un tempo moneta sonante, si era svalutata in un’inflazione di scandali ripetitivi.

Per giustificare questa ostracizzazione, Corona ha edificato un castello di bugie suggestivo, un’epopea del complotto disegnata su misura per un’opinione pubblica sempre affamata di mostri e di persecuzioni eccellenti. Al centro di questa narrazione vi è la figura del padre, Vittorio Corona, giornalista di razza la cui memoria viene oggi strumentalizzata per alimentare un vittimismo di riflesso.

Fabrizio sostiene che il padre fu “vittima” del sistema berlusconiano, ma la realtà dei fatti impone una lettura ben più pragmatica e meno eroica. All’alba della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, Vittorio Corona, intellettuale di dichiarata estrazione comunista, si trovava in una posizione di palese incompatibilità editoriale. In un libero mercato dell’informazione, la coerenza di una linea editoriale non è censura, ma identità. Sarebbe ingenuo, se non intellettualmente disonesto, non ammettere che un giornalista di destra verrebbe allontanato con identica solerzia da una struttura di sinistra in procinto di una battaglia politica. Quello di Vittorio Corona non fu un martirio, ma il fisiologico epilogo di una divergenza ideologica incolmabile.

Eppure, il figlio trasforma questa dinamica aziendale in un peccato originale di Mediaset, un debito di sangue che l’azienda dovrebbe ripagargli garantendogli spazio vitale. Non è così. La verità è che il “caso Signorini” e le altre bordate lanciate contro Cologno Monzese sono gli ultimi proiettili di un arsenale ormai vuoto. Sebbene alcuni punti sollevati da Corona possano richiedere chiarimenti — poiché la verità, talvolta, abita anche in luoghi oscuri — il fine ultimo non è la giustizia, ma la sopravvivenza del personaggio.

Come sottolineato recentemente da figure che hanno condiviso con lui l’ascesa e la caduta, come Lele Mora, l’ossessione per il denaro e per la visibilità sembra aver obliterato ogni residuo di deontologia. Corona non agisce da giornalista, né da contro-informatore; agisce da assediato che tenta un’ultima sortita per non essere dimenticato. La sua guerra a Mediaset è l’ultimo atto di una tragedia solipsistica: una lotta contro i mulini a vento del passato per nascondere la vacuità di un presente senza telecamere.

L’italiano medio, spesso sedotto dal fascino del ribelle, farebbe bene a distinguere tra chi denuncia il sistema e chi, del sistema, è solo un ingranaggio fuori giri che tenta disperatamente di rientrare nel meccanismo.

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